Libertà religiosa: storie di credenti di un “Dio minore” nel 2022

Da quando gli occhi del mondo si sono rivolti al conflitto in Ucraina, è difficile parlare di libertà religiosa.

Prima il Covid, e poi la guerra, hanno nascosto le tragedie minori ma non per questo meno gravi che si perpetuano nel resto del globo, le sofferenze che continuano ad essere perpetrate a spese dei più deboli.

Per un momento, ci siamo resi conto di quale fosse lo stato dell’arte in materia di libertà religiosa quando la scorsa estate le truppe della NATO si sono ritirate dall’Afghanistan e all’improvviso siamo stati sprofondati in un periodo buio di segregazione e discriminazione. Un tempo di persecuzione contro coloro la cui unica colpa è quella di credere nel proprio Dio o per il proprio essere.

Ci siamo accorti che in certe parti del mondo, essere donna o essere cristiana, è ancora una colpa. Questa, ad esempio, è la storia di Zabi*, la cui storia ci è stata raccontata dalla ONG Porte Aperte, la storia di una giovane cristiana afgana fuggita dopo la cattura dei talebani.

Zabi è un rifugiato che è dovuto fuggire dall’Afghanistan dopo la presa del potere dei talebani. È single, ancora abbastanza giovane e ben istruita. Era attiva nell’area dei diritti umani e, quindi, un bersaglio per i talebani.

Ma essere un’attivista e lottare per i suoi ideali non è l’unica colpa di Zabi. Zabi ha molti peccati, compreso quello di nascere donna e cristiano.

I talebani sanno già chi è e cosa fa perché già cinque anni fa hanno ucciso suo padre per la sua fede, solo dopo averlo torturato per diversi mesi. E purtroppo le tragedie per Zabi non finiscono qui.

Solo due anni fa, anche suo fratello è scomparso. Come Zabi, era un credente. Non sappiamo se ha altri fratelli, ma la madre di Zabi è ancora viva. Non è cristiana.

La storia di Zabi non è l’unica. Ci sono tante altre storie, molto simili, storie che si perdono nella velocità della modernità e in un mondo dove le priorità sono quelle che arrivano in prima pagina. Dunque, sono proprio queste storie, quelle di cui è impossibile conoscere l’epilogo.

Sappiamo, ad esempio, che molti di questi profughi, dopo il sequestro di Kabul, sono fuggiti in Pakistan nella speranza di un futuro migliore. E che proprio qui si sono ritrovati, se non all’inferno, sicuramente nel purgatorio. Anche in Pakistan, infatti, non c’è tregua per i cristiani perseguitati.

Con l’intergruppo siamo riusciti a portare all’attenzione delle istituzioni europee l’infamia delle leggi anti-blasfemia che ogni giorno mietono vittime in questa parte del mondo. Grazie alle nostre azioni siamo riusciti a salvare la coppia Shafqat Emmanuel e Shagufta Kausar in carcere da otto anni, con l’unica colpa di essere cristiani.

Ma non basta. L’Intergruppo riceve quotidianamente relazioni, non ultima quella di Shahzad Masih, per il quale l’Intergruppo ha fatto diverse mosse per cercare di ottenere una risoluzione all’ordine del giorno della sessione plenaria del Parlamento.

La storia di Shahzad Masih è stata portata all’attenzione dell’Intergroup dall’ONG European Centre for Justice and Law. Shahzad è un giovane cristiano di 22 anni che si trova nelle carceri pakistane da cinque anni, presumibilmente accusato di essere un blasfemo.

Nel 2017, mentre era al lavoro – all’epoca dei fatti Shahzad stava lavorando in un ospedale come custode – Shahzad ha litigato con uno dei suoi colleghi musulmani. Poco dopo la disputa, la situazione è peggiorata e Shahzad è stato arrestato.

Da quel momento, è diventato anche impossibile ottenere una data per un’udienza. Un’udienza che a tutt’oggi continua ad essere rinviata.

Ci sono diverse ragioni per cui è difficile portare questo caso all’attenzione delle istituzioni europee e avere un’udienza nei tribunali pakistani.

Innanzitutto, anche prima dei recenti sviluppi in Pakistan, la situazione riguardo alle leggi sulla blasfemia era complessa. La stessa amministrazione pachistana è infatti ostaggio di fasce radicalizzate della popolazione che difendono strenuamente le leggi anti-blasfemia e quindi temono che liberando un presunto reo di blasfemia sorgano proteste.

A livello europeo, l’intergruppo fa del suo meglio per portare avanti le battaglie legate alla religione. Tuttavia, incontra spesso una cultura relativista. Una cultura che permea l’istituzione europea e che vuole relegare qualsiasi discussione sulla religione a una questione meramente privata, senza rendersi conto che, così facendo, non sono nemmeno in grado di stabilire confini e limiti chiari per i negoziati con i paesi terzi.

“[C’È] UNA CULTURA CHE PERMEA L’ISTITUZIONE EUROPEA E CHE VUOLE RELEGARE OGNI DISCUSSIONE SULLA RELIGIONE AD UNA QUESTIONE MERAMENTE PRIVATA”

Carlo Fidanza -eurodeputato

L’auspicio, quindi, è che al più presto le istituzioni europee si risveglino da questo torpore e comincino a far sentire tutto il loro peso – politico ed economico – in queste trattative affinché la vita di chi vuole vivere nella propria terra e che ancora guardano con speranza a questo continente, sono protetti. ■

*Nome reale protetto per motivi di sicurezza

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