Gli anni di piombo non finiscono mai: la sinistra odia ancora Ramelli

Il 29 Aprile scorso ricorreva il quarantaseiesimo anniversario della tragica morte di Sergio Ramelli, studente diciottenne del Fronte della Gioventù assassinato a Milano da un commando di Avanguardia Operaia che lo aspettava sotto casa per sfondargli il cranio a colpi di chiave inglese. Un delitto spietato contro un ragazzo inerme, che i suoi assassini nemmeno conoscevano, al termine di un calvario che costrinse Sergio a lasciare l’Istituto tecnico Molinari dopo essere stato perseguitato per aver scritto un tema sulle Brigate Rosse.

L’odio cieco della sinistra extraparlamentare e l’ignavia del potere di allora ne impedirono persino il funerale e il Consiglio comunale di Milano accolse la notizia della morte di Sergio dopo 47 giorni di coma con un lugubre applauso. Per lunghi anni la storia di Sergio è stata sottaciuta, i suoi assassini nel frattempo erano diventati professionisti stimati e ben inseriti in società, soltanto la destra politica ne ha custodito il ricordo. Poi, con la destra di governo, sono arrivate le prime intitolazioni di vie e giardini, sono fiorite le pubblicazioni e gli spettacoli teatrali e la storia di Sergio non è più stata un tabù. Tranne che per alcuni. Provoca ribrezzo leggere il corsivo che Gianni Barbacetto ha scritto ieri sul “Fatto quotidiano”. Non tanto perché il suo antifascismo acritico lo porti a criticare le modalità delle commemorazioni ma perché nelle sue parole ci sono i semi di un odio ancora peggiore. È bastata un’interrogazione con cui il Capogruppo di FdI in Regione Lombardia Franco Lucente chiedeva conto alla Giunta dell’impegno a ricordare la vicenda di Ramelli nelle scuole per scatenare in Barbacetto i più bassi istinti.

Cominciando col negare il valore della sentenza definitiva, l’inappuntabile cronista scrive testualmente che il gruppetto di Avanguardia Operaia “intendeva dargli una lezione a colpi di spranga e invece lo uccide”. Eh no, dopo lunghe indagini condotte da un giudice di sinistra come Guido Salvini, il Tribunale sancì che quel crimine altro non era che un omicidio volontario. Ma il nostro non si ferma. Il concetto è semplice quanto atroce: ci dispiace che sia morto, tutti i morti sono uguali e tutti gli assassini sono assassini, senza distinzione di colore politico. E fin qui nulla da dire. Ma Ramelli era un “fascista” e quindi non merita di essere ricordato, figuriamoci nelle scuole. Di più, Ramelli “non può essere considerato eroe” perché “in vita professava un’ideologia fascista che giustifica l’uccisione della libertà e dei diritti di ciascuno”.

È vero, Sergio non fu un eroe, ma soltanto un ragazzo ammazzato a 18 anni perché amava l’Italia, la libertà e il senso dell’onore. Valori sconosciuti ai troppi Barbacetto di ieri e di oggi.

Articolo pubblicato su Libero il 07/05/2021

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